LA NUOVA BANCONOTA NORVEGESE
Snøhetta Design
Questa è la nuova sorprendente banconota da 100 corone della Norvegia che entrerà in circolazione a partire dal 2017. 
Per disegnarla hanno indetto un concorso al termine del quale la Norges Bank ha decretato il progetto che vedete qui sopra come vincitore.
Il tema è quello del mare ed è sviluppato secondo due proposte grafiche differenti. La prima più classica occupa il fronte della banconota ed è stata sviluppata da Living Space, mentre alla seconda più innovativa è dedicato il retro. In quest’ultima soluzione, ideata da Snøhetta Design, grandi pixel vanno a comporre un’immagine indefinita che richiama il mare. I designer sono riusciti a trattare il tema della tradizione esprimendolo con un linguaggio contemporaneo dal forte impatto visivo.  
L

LA NUOVA BANCONOTA NORVEGESE
Snøhetta Design
Questa è la nuova sorprendente banconota da 100 corone della Norvegia che entrerà in circolazione a partire dal 2017. 
Per disegnarla hanno indetto un concorso al termine del quale la Norges Bank ha decretato il progetto che vedete qui sopra come vincitore.
Il tema è quello del mare ed è sviluppato secondo due proposte grafiche differenti. La prima più classica occupa il fronte della banconota ed è stata sviluppata da Living Space, mentre alla seconda più innovativa è dedicato il retro. In quest’ultima soluzione, ideata da Snøhetta Design, grandi pixel vanno a comporre un’immagine indefinita che richiama il mare. I designer sono riusciti a trattare il tema della tradizione esprimendolo con un linguaggio contemporaneo dal forte impatto visivo.  
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LA NUOVA BANCONOTA NORVEGESE

Snøhetta Design

Questa è la nuova sorprendente banconota da 100 corone della Norvegia che entrerà in circolazione a partire dal 2017. 

Per disegnarla hanno indetto un concorso al termine del quale la Norges Bank ha decretato il progetto che vedete qui sopra come vincitore.

Il tema è quello del mare ed è sviluppato secondo due proposte grafiche differenti. La prima più classica occupa il fronte della banconota ed è stata sviluppata da Living Space, mentre alla seconda più innovativa è dedicato il retro. In quest’ultima soluzione, ideata da Snøhetta Design, grandi pixel vanno a comporre un’immagine indefinita che richiama il mare. I designer sono riusciti a trattare il tema della tradizione esprimendolo con un linguaggio contemporaneo dal forte impatto visivo.  

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FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

L FACTORY LIFE
Julie D’Aubioul
Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.
Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.
Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

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FACTORY LIFE

Julie D’Aubioul

Il progetto parte da una premessa alquanto singolare, ovvero quella di sfruttare degli spazi inutilizzati del cantiere durante la costruzione della residenza dell’architetto. Grazie alla grande copertura in legno si vengono a delineare due zone differenti, la prima è quella della casa in costruzione, la seconda risulta invece adibita a casa temporanea e laboratorio.

Nell’affrontare questa sfida il progettista riesce a separare le funzioni isolandole in moduli che si innestano liberamente nel livello del sottotetto, dalla superficie di 860 mq. Il risultato è uno spazio flessibile dove la vita si mescola al lavoro in maniera creativa ed originale.

Le strutture sono di facile montaggio e rispondono al requisito di temporaneità che devono assolvere. I materiali impiegati risultano principalmente il legno e il vetro.

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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
L

MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE
CINO ZUCCHI
Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .
Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 
La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.
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MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE

CINO ZUCCHI

Il progetto consiste nell’ampliamento dell’edificio progettato da Amedeo Albertini nel 1960, in un’area dalla forte valenza paesaggistica collocata sulle rive del Po a sud di Torino .

Il nuovo museo si integra con il precedente edificio mediante un attento studio delle forme dell’architettura e dei materiali. La parete di rivestimento in vetro trattato grazie ai suoi diversi gradi di trasparenza riesce a dare unitarietà all’insieme, permettendo di legare il nuovo intervento con il vecchio. Le forme sinuose della nuova architettura determinano un involucro che ingloba con continuità il vecchio edificio in un raffinato movimento che si ripercuote anche all’interno. 

La corte esistente è stata coperta da travi dalle grandi luci ed è diventata uno spazio su cui affacciano i due corpi principali del percorso espositivo. Inoltre può ospitare eventi relativi al museo o alla città.

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ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
L ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI
Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.
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ETERNO INFINITO/ LUIGI GHIRRI

Le foto di Luigi Ghirri hanno segnato l’immaginario collettivo in maniera indelebile, ponendosi come un riferimento per la riflessione tra l uomo e il suo modo di guardare al mondo. Nato a Reggio Emilia nel 1943, con la sua instancabile opera di fotografo ha posto l’attenzione sulla meraviglia delle cose e su come queste vengono percepite. In ogni scatto si ritrova un senso di stupore che conduce a scoprire il soggetto indagato con occhi nuovi. Ghirri mette a confronto la parte più’ intima dell’animo con un mondo empirico fatto di paesaggi che si perdono all’orizzonte o nella nebbia, interni dalle algide geometrie, particolari che a prima vista sembrano casuali  ma che poi si dimostrano significativi ad un più attento “sentire”. Ogni foto rivela un universo dietro al quale si cela il filtro dell’autore che pone l’accento sulla libertà e sulla potenza dell immaginazione.

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MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L MAST
Labics
Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 
L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.
Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.
L

MAST

Labics

Con il MAST lo studio romano Labics realizza un centro polifunzionale per l’azienda bolognese GD. L’edificio comprende tutta una serie di spazi che emergono singolarmente nelle volumetrie ma trovano una loro unitarietà nella visione complessiva. Il progetto media tra lo spazio pubblico della città, aprendosi ad esso con le sue rampe, e lo spazio più rigido del campus della GD. 

L’intera spazialità è strutturata secondo un’idea di continuità degli ambienti in modo di favorire i flussi di persone che si incontrano in un edificio così singolare dove l’innovazione e la sperimentazione sono concetti basilari sia per l’architettura che per le funzioni contenute al suo interno. Il MAST è un coraggioso esempio di un’azienda che ha saputo investire non solo economicamente ma tenendo conto anche di tutta una serie di valori legati alla società e all’arte.

Per quanto riguarda le soluzioni di dettaglio particolare attenzione è stata dedicata al rivestimento delle pareti, costituito da una doppia pelle di vetro che caratterizza fortemente i volumi.

L

MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
L MICRO HUTONG
Standardarchitecture
Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.
La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.
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MICRO HUTONG

Standardarchitecture

Il progetto si pone di creare un’abitazione recuperando una casa a corte inserita all’interno del quartiere Dashilar di Pechino, caratterizzato dal modello insediativo degli hutong. Con questo termine ci si riferisce alla strada che collega tutte le siheyuan, le case a corte, ma è anche diventato sinonimo del quartiere.

La facciata è stata progettata in una composizione di materiali di riutilizzo, dove solamente una scatola di metallo suggerisce un “anomalo” ingresso. Superati l’entrata ci si trova in un’area a carattere semipubblico delimitata da una colonna preesistente. Oltre c’è la corte nella quale si articolano i volumi in legno, contraddistinti da grandi aperture in vetro che permettono il contatto con il patio centrale in un rapporto che si moltiplica nelle diverse posizioni e altezze. La corte diventa il luogo dove si manifesta la nuova architettura che, posandosi sulla vecchia, ci da modo di riflettere di come si possibile rigenerare degli spazi così antichi in maniera intelligente.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT
Massimiliano e Doriana Fuksas
L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.
ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.
Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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MANTA RAY IN THE WIND/SHENZHEN AIRPORT

Massimiliano e Doriana Fuksas

L’aeroporto disegnato da Massimiliano e Doriana Fuksas evoca con le sue forme una manta che modellata dal vento cambia forma continuamente. Come un grande animale emerso dal mare si anima di un respiro fluido che lo pervade, in un continuo impeto che lo porta quasi a distaccarsi dal suolo e prendere il volo come gli aerei dei quali mima il gesto formale e concettuale. Questa continua mutazione caratterizza anche il profilo superiore del rivestimento, che con il suo variare nelle quote altimetriche richiama il paesaggio circostante.

ll rivestimento, sviluppato dai progettisti prendendo spunto da una carta forata ricevuta in regalo da un conoscente (come è stato rivelato dagli autori stessi), è costituito da una doppia membrana che fa filtrare la luce naturale e vibrare lo spazio.

Il progetto si sviluppa secondo un asse longitudinale seguendo i concetti di movimento e pausa, dividendo i vari percorsi che si ricongiungono verticalmente nell’atrio centrale a tripla altezza, punto focale dell’interno progetto.

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VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

L VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

L VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

L VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

L VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

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Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

L VILLA A NANJING
Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

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Mansilla + Tunon
Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

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VILLA A NANJING

Mansilla + Tunon

Nella villa di Nanjing la forma nasce come da un respiro d’aria, un movimento che contrae e dilata gli ambienti, che nel suo dispiegarsi riesce a creare uno spazio fluido nel quale si moltiplicano le viste sulla valle. Le linee sinuose che generano la pianta sono modellate dalle curve delle colline adiacenti, sottolineando come il progetto sia intriso dell’elemento naturale. La facciata è costituita da un doppio involucro, all’esterno un rivestimento in aste di bambù filtra la luce creando una membrana mentre all’interno è situata la parete vetrata continua. Tra questi due allineamenti si crea uno spazio labile, dove il confine si perde e l’architettura acquisisce un carattere non definito, in bilico tra dentro e fuori. Quest’opera riesce ad esprimere il concetto del respiro, traducendolo in gesto materiale.

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IL PRESAGIO
Lorenzo Viani (1882-1936)

Chi eri veramente Lorenzo? Cosa c’è dietro lo sguardo vitreo dei tuoi personaggi, che come fantasmi ci appaiono nei tuoi quadri?
La loro esistenza è intrisa di uno stato di angoscia e disperazione che si manifesta come un turbamento profondo, un presagio nefasto che si nasconde al dl sotto della superficie . Ci sarà mai per loro una speranza di redenzione? E per te c’è stata? L’hai raggiunta, prima che che anche tu fossi catturato in quella tela nella quale appari così malinconico e afflitto?

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IL PRESAGIO
Lorenzo Viani (1882-1936)

Chi eri veramente Lorenzo? Cosa c’è dietro lo sguardo vitreo dei tuoi personaggi, che come fantasmi ci appaiono nei tuoi quadri?
La loro esistenza è intrisa di uno stato di angoscia e disperazione che si manifesta come un turbamento profondo, un presagio nefasto che si nasconde al dl sotto della superficie . Ci sarà mai per loro una speranza di redenzione? E per te c’è stata? L’hai raggiunta, prima che che anche tu fossi catturato in quella tela nella quale appari così malinconico e afflitto?

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IL PRESAGIO
Lorenzo Viani (1882-1936)

Chi eri veramente Lorenzo? Cosa c’è dietro lo sguardo vitreo dei tuoi personaggi, che come fantasmi ci appaiono nei tuoi quadri?
La loro esistenza è intrisa di uno stato di angoscia e disperazione che si manifesta come un turbamento profondo, un presagio nefasto che si nasconde al dl sotto della superficie . Ci sarà mai per loro una speranza di redenzione? E per te c’è stata? L’hai raggiunta, prima che che anche tu fossi catturato in quella tela nella quale appari così malinconico e afflitto?

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IL PRESAGIO
Lorenzo Viani (1882-1936)

Chi eri veramente Lorenzo? Cosa c’è dietro lo sguardo vitreo dei tuoi personaggi, che come fantasmi ci appaiono nei tuoi quadri?
La loro esistenza è intrisa di uno stato di angoscia e disperazione che si manifesta come un turbamento profondo, un presagio nefasto che si nasconde al dl sotto della superficie . Ci sarà mai per loro una speranza di redenzione? E per te c’è stata? L’hai raggiunta, prima che che anche tu fossi catturato in quella tela nella quale appari così malinconico e afflitto?

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IL PRESAGIO

Lorenzo Viani (1882-1936)

Chi eri veramente Lorenzo? Cosa c’è dietro lo sguardo vitreo dei tuoi personaggi, che come fantasmi ci appaiono nei tuoi quadri?

La loro esistenza è intrisa di uno stato di angoscia e disperazione che si manifesta come un turbamento profondo, un presagio nefasto che si nasconde al dl sotto della superficie . Ci sarà mai per loro una speranza di redenzione? E per te c’è stata? L’hai raggiunta, prima che che anche tu fossi catturato in quella tela nella quale appari così malinconico e afflitto?

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ISTANTI SOSPESI
Adrien Broom
Negli scatti di Adrien Broom i soggetti sono colti in uno stato di sospensione e di assenza di gravità. Nel loro fluttuare sono isolati in una dimensione onirica. Queste figure, che nelle espressioni estatiche e nei voluttuosi drappeggi richiamano l’arte barocca, tendono verso una dimensione spirituale ma nello stesso modo dipendono strettamente dallo spazio scuro rispetto al quale riescono a distaccarsi. Si rivelano come attimi sospesi che emergono dall’oscurità liquida che li ha generati e che li minaccia costantemente. Vivono nel contino contrasto tra la pesantezza dei loro panneggi e l’aspirazione per qualcosa di più alto.
L ISTANTI SOSPESI
Adrien Broom
Negli scatti di Adrien Broom i soggetti sono colti in uno stato di sospensione e di assenza di gravità. Nel loro fluttuare sono isolati in una dimensione onirica. Queste figure, che nelle espressioni estatiche e nei voluttuosi drappeggi richiamano l’arte barocca, tendono verso una dimensione spirituale ma nello stesso modo dipendono strettamente dallo spazio scuro rispetto al quale riescono a distaccarsi. Si rivelano come attimi sospesi che emergono dall’oscurità liquida che li ha generati e che li minaccia costantemente. Vivono nel contino contrasto tra la pesantezza dei loro panneggi e l’aspirazione per qualcosa di più alto.
L ISTANTI SOSPESI
Adrien Broom
Negli scatti di Adrien Broom i soggetti sono colti in uno stato di sospensione e di assenza di gravità. Nel loro fluttuare sono isolati in una dimensione onirica. Queste figure, che nelle espressioni estatiche e nei voluttuosi drappeggi richiamano l’arte barocca, tendono verso una dimensione spirituale ma nello stesso modo dipendono strettamente dallo spazio scuro rispetto al quale riescono a distaccarsi. Si rivelano come attimi sospesi che emergono dall’oscurità liquida che li ha generati e che li minaccia costantemente. Vivono nel contino contrasto tra la pesantezza dei loro panneggi e l’aspirazione per qualcosa di più alto.
L

ISTANTI SOSPESI

Adrien Broom

Negli scatti di Adrien Broom i soggetti sono colti in uno stato di sospensione e di assenza di gravità. Nel loro fluttuare sono isolati in una dimensione onirica. Queste figure, che nelle espressioni estatiche e nei voluttuosi drappeggi richiamano l’arte barocca, tendono verso una dimensione spirituale ma nello stesso modo dipendono strettamente dallo spazio scuro rispetto al quale riescono a distaccarsi. Si rivelano come attimi sospesi che emergono dall’oscurità liquida che li ha generati e che li minaccia costantemente. Vivono nel contino contrasto tra la pesantezza dei loro panneggi e l’aspirazione per qualcosa di più alto.

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